Apuleio
De Magia: e’ un’ampia orazione giudiziaria nel quale l’autore assume l’atteggiamento di chi è costretto a trattare argomenti meschini e con persone (i suoi accusatori) indegne e meschine. Egli era stato infatti accusato di aver sedotto Pudentilla, madre dell’amico Ponziano, con filtri e magie solo per ereditare i suoi averi. Inizialmente A. si discolpa dalle accuse secondarie, dal cap.25 ha inizio la confutazione dell’accusa di magia che si conclude con l’esibizione della prova decisiva: la lettura del testamento di Pudentilla, che nomina suo figlio Pudente unico erede. L’opera si rifà alla Pro Caelio di Cicerone di cui mantiene la vivace brillantezza e un lessico spesso poetico tipico degli abbellimenti desunti dalle scuole di retorica dei suoi tempi.
Florida: Antologia di 23 estratti di conferenze in cui appare l’atteggiamento esibizionistico dell’oratore, sulla base della convinzione che il sofista deve essere in grado di parlare su qualsiasi argomento, visto che l’unica arte che possiede è la parola.
Le Metamorfosi: Conosciuta anche come l’asino d’oro è un romanzo che richiama la fabula Milesia, ovvero racconti piacevoli e leggeri solitamente d’argomento erotico. Il racconto avviene in prima persona per mezzo di Lucio che sarà il protagonista di questo romanzo antico, cioè del solito viaggio e delle peripezie che ne deriveranno a causa della sua curiositas. In Tessaglia apprende la magia ma viene trasformato per errore in asino. Da qui iniziano le sue disavventure; verrà infatti rapito e passato di padrone in padrone, sfruttato e maltrattato. Troviamo la digressione di Amore e Psiche che è un vero e proprio romanzo nel romanzo, che occupa quasi due libri interi. Alla fine Lucio, grazie all’intervento di Iside riprende le sue sembianze. E’ costituito da 11 libri, un numero che è strettamente legato al culto di Iside perché l’iniziazione isiaca avveniva l’11° giorno. E’ un romanzo d’intrattenimento, ma che racchiude diverse implicazioni letterarie, filosofiche e religiose, quindi ha una funzione sia edificante che d’intrattenimento. Psiche è il simbolo dell’anima umana. Amore, come Iside, prende l’iniziativa di salvare chi è caduto, e lo fa di sua spontanea volontà. La trasformazione di Lucio in asino è l’emblema del ridursi in bestia dell’uomo e della sua degradazione. Lo stile è complesso e artificioso nonostante non manchino parti in cui prevale la spontaneità e la semplicità, frutto di una raffinata elaborazione artistica. Il lessico è estremamente vario: arcaismi, parole rare ma anche volgarismi. Vengono spesso usate metafore e diminutivi che derivano dall’imitazione di Catullo.
Germania:
La Germania è una breve monografia di argomento geo-etnografico, composta e pubblicata intorno al 98. Il testo è diviso in due parti. Nella prima, dopo rapidi cenni riguardo la posizione e i confini della regione, vengono trattati gli aspetti comuni a tutte le tribù germaniche: origini e aspetto fisico della stirpe; configurazione del territorio, clima; usi, credenze, istituzioni e costumi dei Germani nella vita pubblica e nella vita privata. Nella seconda parte vengono analizzate le caratteristiche particolari delle singole popolazioni germaniche. Partendo dalle sponde del Reno, l’autore s’inoltra nell’interno del paese fino al Mar Baltico, passando in rassegna una settantina di popoli. L’opera si conclude con un suggestivo accenno a misteriose genti ancor più remote. Di tutte le sue fonti, verosimilmente Livio, Sallustio, Cremuzio Cordo, Plinio il Vecchio, Tacito nomina soltanto Cesare, definito summus auctorum che scrisse un excursus etnografico sui Germani nel De bello Gallico. La Germania veniva vista dalle genti dell’Europa meridionale come un paese favoloso e remoto, il Reno appariva come il confine naturale tra mondo civile e barbarie, anche se per oltre mezzo secolo Roma tentò di varcarlo e di stabilire il proprio dominio, assestandosi il più delle volte su posizioni difensive, essendo l’espansionismo romano traumaticamente arrestato dai Germani. Tacito non si sottrae alla suggestione di un popolo che gli apparve vigoroso, fiero ed integro: i Germani sono descritti come guerrieri forti e intrepidi che disdegnano il lusso, non temono nessun pericolo ed ambiscono unicamente a segnalarsi per il loro valore in battaglia. Le donne non sono da meno per coraggio, fierezza ed energia. L’elogio dei Germani sottintende un continuo confronto con Roma, svolto in modo indiretto ed allusivo. Secondo l’autore a rendere così ardua la sottomissione dei Germani è l’amore per la libertas che da sempre contraddistingue le tribù germaniche. La virtus di un popolo è indivisibile dalla sua libertà. Se i Germani sono indomabili è perché essi sono liberi: questo concetto – fondamentale nel pensiero politico tacitiano – assume un evidente significato polemico nei confronti della recente storia dell’impero, caratterizzata dalla perdita della libertas e dal degrado dei valori del popolo romano. L’autore non si astiene dall’evidenziare i caratteri negativi dei Germani, la loro indolenza, la crudeltà, la rissosità, l’ubriachezza, l’inettitudine alle attività che non siano guerresche, ma è forse con un misto di sarcasmo e di angoscia che Tacito annota le debolezze dei Germani, sperando che proprio da esse possa derivare la salvezza per Roma, altrimenti destinata a perire sotto l’impeto delle tribù.
AGRICOLA
L’Agricola pare sia stato composto intorno al 97 ed è incentrato sulla figura di Giulio Agricola. L’opera si apre con un proemio ove si annuncia un chiaro ed articolato programma storiografico: narrare i rovinosi eventi del principato di Domiziano e quelli più felici dell’età di Nerva e Traiano. L’autore rievoca poi le origini, la formazione e la carriera del protagonista fino al momento in cui egli assume la carica di governatore della Britannia. Si apre a questo punto un excursus a carattere geografico ed etnografico sull’isola, i suoi abitanti, il clima, cui segue una ricostruzione della conquista e della dominazione romana in quella regione. La parte centrale e più cospicua dell’opera è dedicata all’attività di Agricola durante la sua permanenza sull’isola. Saggi provvedimenti di riforma sul piano amministrativo e civile si accompagnano a fortunate operazioni militari, che portano alla conquista di nuovi territori. Ad interrompere l’opera di Agricola viene il richiamo del princeps Domiziano, invidioso dei successi del suo generale. Di ritorno nella capitale, il protagonista si ritira a vita privata e la morte lo coglie prematuramente. L’epilogo esalta le virtù esemplari dell’estinto. L’opera si sviluppa in una zona di intersezione fra generi letterari diversi che vanno dalla laudatio funebris alla biografia encomiastica, dall’opera storica ed etnografica al libello politico. Nella pluralità dei modelli, l’unità del libretto è assicurata dallo sguardo teso e appassionato dell’autore, dalla complessità del suo pensiero politico, dalla forza sentenziosa e drammatica della narrazione. Elogiando Agricola, Tacito si propone di indicare un modello di comportamento politico: pur vivendo in un’epoca difficile, Agricola non si era sottratto ai suoi doveri, continuando a servire Roma. La polemica è rivolta contro quanti avevano scelto una forma di protesta sterile e plateale, preferendo un’ambitiosa mors (suicidio degli stoici), all’onesto lealismo di funzionari come Agricola. L’elogio di Agricola è anche l’elogio della medietas, virtù basilare nel sistema etico classico, via di mezzo tra il deforme obsequium di quanti si avvilirono fino al servilismo più abietto e l’abrupta contumacia di quanti si irrigidirono in una sterile opposizione.
TACITO:
Nacque fra il 55 e il 58. Incerto il luogo di nascita, ipotizzato nella città di Terni. Inizia la carriera politica sotto la dinastia dei Flavi e sposa la figlia di Giulio Agricola. Muore intorno al 120 circa sotto il principato di Adriano.
Dialogus De Oratoribus
L’attribuzione a Tacito del Dialogus era incerta poiché lo stile, improntato al modello neociceroniano, appariva troppo distante dallo stile aspro, irregolare e asimmetrico delle opere storiche tacitiane. Le perplessità vengono superate inquadrando l’opera entro i confini del genere (il trattato di argomento retorico in forma dialogica), vincolato a un ben preciso codice espressivo e a un modello fondamentale (Cicerone). Alcuni studiosi collocano la data di composizione intorno all’80, altri la spostano intorno al 102. L’autore afferma di riferire una conversazione cui egli aveva assistito in casa di Curiazio Materno, oratore e poeta tragico. Interlocutori del dialogo, oltre a Materno, sono i maggiori oratori dell’epoca: Marco Apro, Giulio Secondo e Vipstano Messalla. Dapprima Apro rimprovera Materno di tralasciare l’eloquenza – di cui tesse un altissimo elogio considerandola un’attività nobile, piacevole e proficua – per dedicarsi alla poesia, che presenta lo svantaggio di costringere i suoi cultori ad una vita solitaria ed appartata. Sopraggiunge Messalla, che sposta la questione sulle cause dell’attuale decadenza dell’oratoria. Vi è poi un diverbio tra Apro, che nega che l’eloquenza moderna sia inferiore a quella degli antichi, e Messalla che afferma invece la superiorità degli oratori del passato. Egli addita le cause all’abbandono dei sistemi educativi di un tempo e all’incompetenza dei maestri. Segue, dopo una lacuna nel testo, l’intervento conclusivo di Materno, il quale individua le vere cause, a suo dire politiche, della scomparsa della grande eloquenza: quest’ultima non può fiorire se non in tempi di libertà politica, nonostante essa porti con sé anche il sangue delle guerre civili. In uno stato tranquillo, i cittadini godono i vantaggi della pace, ma la fiamma dell’eloquenza non può far altro che spegnersi. Le tesi presenti coincidono con quelle di Tacito esposte nelle opere storiche. L’autore accetta la realtà del principato, riconoscendone l’inevitabilità di fronte alla degenerazione dell’antica libertas in licentia, ma non nasconde la sua profonda ammirazione per gli uomini, le tradizioni e i valori spirituali della libera repubblica, pur essendo consapevole di guardare ad un passato che non potrà mai più ritornare. Tuttavia egli non rinuncia a delineare un ideale di vita che consenta al magnus vir di salvaguardare la propria innocentia, dignità e libertà anche in tempi di servilismo e adulazione. Viva e attuale appare l’esigenza di trovare un equilibrio fra gli antichi mores e le nuove forme del potere.
PLINIO IL GIOVANE:
Nacque nel 61/62 d.C. a Como. Studiò a Roma e fu allievo di Quintiliano. Fece una brillante carriera politica sotto Domiziano e Traiano che lo volle al consilium principis. Morì nel 112/113. Scrisse molte opere che sono andate perse, ma ce ne sono pervenute due: Il Panegirico di Traiano e
Il Palegirico di Traiano:
L’unica orazione di Plinio conservata è il discorso di ringraziamento all’imperatore che pronunciò in Senato assumendo la carica di console e che poi rielaborò e ampliò per pubblicarlo. Traiano viene presentato come un dono fatto dagli dei ai Romani per il bene dell’impero e dotato di qualità che lo assimilano ad una divinità, anche se egli nella sua modestie non pretende, come Domiziano, onori divini. Vengono rievocate le vicende che hanno portato alla sua elezione a imperatore, esaltando le sue straordinarie qualità come comandante dell’esercito, la sua generosità, la sua affabilità e modestia. Traiano viene descritto come la rappresentazione perfetta dell’optimus princeps. La giustizia e la clemenza in cui Traiano eccelle e la fiducia e l’affetto reciproci, che lo legano al Senato e al popolo, garantiscono all’impero un futuro di pace e di prosperità. E’ evidente che tra gli scopi principali di Plinio vi è quello di incoraggiare la politica adottata da Traiano, che garantisce onori e privilegi alla classe a cui egli stesso appartiene e che lo scrittore riconosce a Traiano il diritto di esercitare un potere assoluto. Ovviamente Plinio adotta uno stile elevato, ornato ed enfatico.
L’epistolario:
L’opera più importante di Plinio è una raccolta di epistole di 10 libri. I primi nove contengono lettere agli amici che l’autore pubblicò quando partì per la Bitinia: sono circa 250 epistole a più di 100 destinatari. Il X libro contiene lettere scambiate tra Plinio e Traiano che sono circa 120. E’ probabile che buona parte delle lettere sono state effettivamente spedite ai destinatari, ma molte altre furono scritte esclusivamente per essere pubblicate. Questa è la sostanziale differenza tra Plinio e Cicerone, in quanto il primo scrive anche in previsione della pubblicazione mentre il secondo scrive epistole esclusivamente private, ma pubblicate solo postume alla sua morte. Per quanto riguarda l’ordine è ispirato al criterio della varietas degli argomenti e delle situazioni. L’epistolario documenta, sostanzialmente, le occupazioni e le abitudini di un cittadino romano di successo sotto l’impero, dai discorsi in Senato agli inviti a cena, alle visite di cortesia ecc. Dalle epistole emerge la spiccata e positiva personalità di Plinio, la sua onestà morale, la cultura raffinata, il buon gusto, l’humanitas, fatta di cortesia, affabilità, comprensione per le difficoltà altrui indulgenza per i difetti e compiacimento per i successi degli amici. Oltre ai lati positivi emergono anche i limiti di Plinio: la vanità, che si rivela nel continuo bisogno di riconoscimenti, un eccessivo ottimismo. La frequenza delle epistole di argomento letterario conferma l’importanza centrale della letteratura nella vita di Plinio. Affiora, anche, una certa superficialità: Plinio non vede i sintomi della crisi culturale che il suo stesso maestro, Quintiliano rilevava. L’epistolario ha un notevole valore dal punto di vista sia storico-culturale che stilistico: scritto in modo limpido e conciso, elegantemente e con voluta semplicità e con largo uso di figura retoriche.
La satira dell’indinatio:
La fase più importante della poetica di Giovenale è rappresentata dall’idignatio. Lo sdegno del poeta verso la corruzione della società in cui vive trapela dai suoi scritti e questi hanno il compito di suscitare l’indignazione nel pubblico. Il personaggio satirico è proprio un gentiluomo indignato. Giovenale nasconde quasi ogni aspetto della sua personalità. Giovenale nelle prime sette satire muove un’aspra critica contro i principali aspetti negativi della società contemporanea denunciandone la corruzione. Come punto di riferimento fondamentale per questa critica, Giovenale utilizza il mos maiorum. Tiene un continuo confronto tra antichità e modernità. Il tema della divitia è ricorrente nella poesia di Giovenale: nella tradizione il possesso di beni di fortuna era di per sé insignificante, mentre era importantissimo il disprezzo delle ricchezze; dunque si può dire che il ricco era sostanzialmente povero e che il povero realmente ricco in quanto autosufficiente. La ricchezza infatti è rilevante per spiegare i comportamenti negativi in quanto induce chi la possiede comportamenti corrotti di avarizia e smania di ricchezza. I divites appaiono come persone potenti, immeritevoli e ingiusti detentori di patrimoni che derivano da attività indegne, immorsali e in alcuni casi delittuose. In questo contesto assume grande importanza il tema della clientela molto vicino al poeta stesso. Infatti nella I satira descrive la giornata “tipo” del cliente umiliante, dalla salutatio mattutino fino alla delusione del mancato invito a cena. Nella III satira invece da voce direttamente ad un cliente, Umbricio, che sottolinea la corruzione della vita di Roma e dal quale trapela anche l’avversione del poeta per i Greci e gli orientali, dettata dalla convinzione che la cultura ellenica abbia rovinato il mos maiorum. Nella V satira rappresenta la cena di un cliente a casa di un patrono, Virrone, nel quale il cliente viene attaccato per la mancanza di dignità che lo spinge ad accettare ogni tipo di umiliazione in cambio di un invito a cena. Virrone beve in calici preziosi vini prelibati, mentre a Trebio, i cliente, viene servito un vinaccio in bicchieri da poco prezzo; Virrone mangia un aragosta, mentre a Trebio viene servito un gambero; a Virrone vengono servite pietanze prelibate, mentre a Trebio funghi velenosi. Tutto ciò esprime l’idea di una ricchezza volta a diventare uno strumento di ingiustizia e discriminazione. Nella IV satira attacca la corte imperiale raccontando di un rombo donato a Domiziano, il quale, date le dimensione del pesce e non sapendo come cucinarlo perché non aveva una padella tanto grande, indisse una assemblea per risolvere il dilemma. Nella II e VI satira tocca i punti importanti dei mos romani. La II si scaglia contro l’omosessualità maschile vista come grave vizio e come tradimento dell’ideale di fierezza virile trasmessa dagli antenati. Nella VI satira, la più lunga, volge un feroce attacco alle donne, in particolare prende in esame Messalina che viene detta “Imperia meretrice”, che di notte lasciava il palazzo e si recava in una stanza per soddisfare i suoi bisogni carnali. All’immoralità femminile non si può porre rimedio, la lussuria, la prepotenza derivata dalla ricchezza, la superbia, l’autoritarismo, la mascolinità, le tendenze delittuose, la propensione verso i filtri e i veleni rendono la donna insopportabile per il marito. La donna dunque viene contrapposta alla matrona romana dell’antichità ligia al suo dovere i moglie e di madre. Nella VII satira Giovenale denuncia le condizioni precarie i cui si trovano poeti, avvocati storici e retori aggravati dalla meschinità e l’avarizia dei ricchi.
GIOVENALE:
Nacque nel Lazio meridionale tra il 50 e 60. Ci viene descritto da Marziale come un cliente, dato che ci fa pensare alla sua umile condizione sociale ed economica. Ebbe però un ottima formazione retorica. Morì dopo il 127. Scrisse 16 satire in esametri divise in 5 libri.
Giovenale prosegue una fiorente tradizione rappresentata da Lucilio, Orazio e Persio, i quali avevano elaborato il concetto di satira fissandone le caratteristiche da seguire. La prima satira è quasi interamente dedicata ad argomenti letterari, critica la letteratura moderna attaccando la cultura contemporanea in particolare le recitationes, che ritiene istruzioni inutili, e svaluta la mitologia come Marziale, che contrapponeva all’inverosimiglianza dei miti la verità della propria poesia. Spiega le ragioni che lo hanno spinto a scegliere la satira come genere sostenendo che data la serie di aberrazioni, delitti, scandali e perversioni è “difficile non scrivere satire”. L’attenzione del poeta è catturata dalla realtà. Giovenale tende ad enfatizzare gli eventi che riporta. L’argomento principale della sua poesia è il comportamento umano visto nel suo aspetto più negativo e deteriore dato il livello di corruzione raggiunto nella Roma del suo tempo. Giovenale, come Marziale, non si propone di educare e correggere, non attribuendo, dunque, ala sua satira una funzione terapeutica, ma solo di denuncia, non rivolta agli individui, ma ai vizi. Il mezzo del quale si serve per affrontare la materia è quello dell’indignatio.
Dunque, Quintiliano esprime la sua ostilità nei confronti dei filosofi contemporanei aderendo alle opposizioni di Domiziano che ricordiamo perseguitò scrittori e filosofi.
Quintiliano segue l’educazione del futuro oratore fin dalla nascita. Nel primo libro da ampio spazio ai precetti pedagogici affermando che si devono assecondare le inclinazioni individuali dei fanciulli, condanna le punizioni corporali e tratta lo studio della grammatica. Nel secondo libro spiega come il fanciullo passa dalla scuola di grammatica a quella di retorica delineando la figura del retore ideale. Nel terzo libro troviamo le partizioni fondamentali della retorica: le 5 parti della teoria: inventio, dispositivo, elocutio, memoria, actio; i 3 generi di discorsi: deliberativo, epidittico, giudiziario; i compiti dell’oratore: docere, movere e delectare.
La decadenza dell’oratoria:
L’istitutio oratoria può essere considerata una summa della retorica antica. Nell’opera, Quinitliano, delinea le cause della decadenza dell’oratoria indicando due problemi fondamentali: quello della mutata funzione dell’oratore nella società civile e quello delle nuove tendenze stilistiche. Quintiliano imposta entrambi i problemi in termini di “corruzione” e indica le cause della decadenza in fattori di ordine tecnico, quali: carenza di buoni insegnanti, declamazioni su argomenti fittizi; e morale, quali: la degenerazione dei costumi e lo scadimento del gusto e dello stile. Egli ripropone io modello di retorica ciceroniano a cui si deve tornare. Quintiliano definisce l’oratore perfetto come vir bonus dicendi peritus, ovvero colui che sa anteporre sempre il bene pubblico a quello privato preoccupandosi prima di tutto dell’utilità comune. L’oratore deve essere fedele collaboratore del principe. Le differenze rispetto al modello ciceroniano si notano sia nella sintassi meno ampia e distesa, sia nella maggiore rapidità e incisività della trattazione dell’argomento.
QUINTILIANO:
Quintiliano nacque in Spagna, ma studiò a Roma dove svolse con successo l’attività di avvocato e insegnò retorica per vent’anni, fu infatti una tra i primi professori finanziati dallo Stato per iniziativa di Vespasiano. Ritiratosi dall’insegnamento divenne precettore degli eredi di Domiziano. Quintiliano dunque era un oratore e un professore, ma scrisse, dal 90 al 96, un trattato “L’istituzio oratoria”che sarà nei secoli un testo fondamentale nei campi della pedagogia della stilistica e della critica letteraria. Morì nel 96 circa.
L’istituzio oratoria:
“La formazione dell’oratore”, simile ad un manuale scolastico, è un trattato in 12 libri, dedicato a Vitorio Marcello, personaggio illustre alla corte di Domiziano. Egli delinea la formazine dell’oratore fin dall’infanzia. E’ un vero e proprio trattato didascalico. Quintiliano eredita la concezione della retorica da Cicerone, ma a differenza sua non si limita a fornire competenze puramente tecniche, ma si propone di formare, insieme al perfetto oratore, il cittadino e l’uomo moralmente esemplare. Egl affronta il problema del rapporto tra retorica e filosofia polemizzando con la pretesa dei filosofi di riservare a loro stessi l’educazione dei giovani e affermando che la filosofia è solo una delle scienze che contribuisce alla cultura dell’oratore.
MARZIALE:
Nasce in Spagna intorno al 40 d.C. Vive a Roma per più di trent’anni. Pubblicò una raccolta di epigrammi per l’inaugurazione del Colosseo rivolgendo grandi elogi a Tito. A Domiziano dedicò molti epigrammi, dopo la morte di Domiziano egli inserì nei libri di raccolta anche elogi rivolti a Nerva e Traiano. Tra i destinatari dei suoi versi compaiono: Plinio il Giovane, Quintiliano, Giovenale. Nel 98 torna in Spagna dove una ricca signora gli regala una casa e un podere, dove trascorre gli ultimi anni. L’opera di Marziale comprende complessivamente 15 libri di epigrammi.
Poetica:
La produzione di Marziale possiede una grande consapevolezza critica. Egli è contrario alla mitologia in quanto truculenta, inverosimile e falsa, e sostiene la necessità di una poesia radicata nella quotidianità e incentrata sull’essere umano. Abbiamo così la contrapposizione tra mitologia e la vita reale. La realtà è identificata con i mores, ovvero i comportamenti umani. Marziale tratta con arguzia vivace i comportamenti, ma a differenza dei satirici, non si propone di correggere i costumi corrotti dell’umanità, ma solo di divertire il lettore. Inoltre, non esclude la volgarità con intento scherzoso, pur sentendo il bisogno di giustificarla di fronte a Domiziano e lo fa rifiutando l’attacco personale, infatti, adeguandosi ad un editto del principe rinuncia all’aggressione a personaggi precisi adottando come soluzione l’attacco alle colpe e non hai colpevoli. Marziale si rifà al Catullo, il quale interpretava i casi della vita quotidiana in modo giocoso e beffardo. Marziale compone epigrammi non soltanto nel tradizionale distico elegiaco ma anche in endecasillabi, trimetri giambici.
Le raccolte:
Liber de spectaculis: trenta carmi scritti dedicati ai giochi che inaugurarono il Colosseo.
Poesia d’occasione: la realtà compare nel suo lato più grandioso e spettacolare rappresentato dai giochi del circo
Biglietti da visita per accompagnare i regali: XENIA (dono ospitale) che accompagnavano doni di cibi e bevande; APOPHORETA (dono da portar via) che accompagnavano regali estratti a sorte durante i banchetti dei Saturnali
TITO E DOMIZIANO:
Vespasiano regnò per dieci anni (69-79). Gli successe il figlio Tito che regnò per breve tempo (79-81), ma lasciando un ricordo molto positivo. Alla successione Tito non godeva del favore dell’opinione pubblica a causa del suo passato “libertino” e della durezza con cui represse una congiura. Diventato imperatore, dimostrò una notevole competenza amministrativa, generosità e affabilità verso i bisognosi e durante il suo regno no ci furono condanne a morte, per questo viene ricordato come un imperatore saggio e virtuoso. In politica estera, Tito, promosse le prime campagne militari verso il nord della Britannia affidandole a Giulio Agricola. Fu completata la costruzione del Colosseo. Durante il suo principato l’eruzione del Vesuvio nel 79 distrusse la città di Pompei e nell’80 un violento incendio distrusse molti quartieri di Roma, a questo seguì un epidemia che causò molte vittime. Vespasiano si dimostrò ancora una volta un principe saggio e generoso in quanto intervenne finanziando le opere di ricostruzione. Quando Tito morì per una malattia gli successe il fratello Domiziano che regnò dal 81 al 96. Domiziano fu un princeps assolutista in quanto tentò di instaurare la subordinazione del Senato e pretese di essere chiamato “signore e dio”. Aumentò il salario a soldati e pretoriani per garantirsi il loro appoggio. Tutto ciò lo portò ad un duro scontro con l’aristocrazia senatoria dando luogo ad una serie di violenze. In politica interna amministrò con cura le provincie e tutelò l’agricoltura italica in grave crisi istituendo misure “protezionistiche”; mentre in politica estera intraprese campagne di espansione e di consolidamento fortificando la zona tra il Reno e il Danubio e continuando la conquista della Britannia. Nel 96 Domiziano cadde vittima di una congiura di aristocratici.
Vita culturale e attività letteraria dell’età dei Flavi:
Vespasiano era ben istruito fornito di una notevole cultura e capacità oratoria. Scrisse dei Comentarii sulle sue gesta presentandosi come il restauratore della concordia, della pace e della prosperità. Prese importanti iniziative in campo culturale promuovendo la scuola pubblica, aprendo una biblioteca nel Foro della Pace e iniziando la costruzione del Colosseo. Egli, inoltre, finanziò retori greci e latini, tra cui Quintiliano, ma anche poeti, artisti e attori tragici. Anche Tito ebbe un ottima formazione culturale e si interessò alla poesia, alla musica e alla arti figurative. Anche Domiziano fu molto interessato alle lettere, infatti scrisse poemi epico-storici. Egli istituì nuovi ludi con concorsi letterari. Domiziano, però, non ebbe buoni rapporti con gli intellettuali data la sua smania di adulazione e la negazione della libertà di pensiero e di espressione, tanto da dare inizio alla persecuzione di scrittori e filosofi. Anche vespasiano aveva espulso i filosofi.
L’ANNO DEI TRE IMPERATORI:
La morte di Nerone segna la fine della dinastia giulio-cludia. A Nerone succede l’anziano generale Galba, al quale successe, dopo la sua uccisione, Otone. In Germania nel frattempo veniva eletto imperatore il generale Vitellio, che scese in Italia per scontrarsi con Otone nei pressi di Cremona. Otone viene sconfitto e ucciso. Allora, insorsero le legioni d’Oriente nominando imperatore Vespasiano, che lascia il comando dell’esercito al figlio Tito per marciare su Roma dove sconfisse Vitellio e lo uccise. Nel novembre del ’69 Vespasiano assunse il potere e pose fine alle lotte, dando inizio alla dinastia Flavia. (l’anno dei tre imperatori: Galba, Otone, Vetellio). Vespasiano era un valente generale e un buon amministratore. Agì con la riorganizzazione delle finanze, istituendo numerosi nuovi tributi e in particolare, dopo la sconfitta degli ebrei questi furono costretti a pagare un tributo a Roma che confluì in una cassa speciale detta fiscus Idaicus; intraprese poi la costruzione di nuove opere pubbliche, favorì i provinciali e i ceti medi nella vita pubblica a Roma incoraggiandone l’ingresso al Senato.
PETRONIO:
A Petronio viene attribuita un opera narrativa , mista di prosa e versi riprendendo lo stile della satira menippea, intitolata Satyricon. L’attribuzione dell’opera a questo autore viene lungamente dibattuta: Tacito delinea il ritratto di Petronio efficacemente in quanto la descrizione corrisponde agli orientamenti e ai gusti dello scrittore, inoltre in vari passi del Satyricon alcuni dati precisi riportano all’età di Nerone.
Satyricon:
La vicenda è narrata in prima persona da un giovane di nome Encolpio che racconta di un viaggio fatto in compagnia di Gitone, di cui era innamorato. Encolpio ha un rivale nell’amore per Gitone, il giovane Ascilto, che insieme a loro vive di espediente nei bassifondi di Napoli o Pozzuoli. I tre incontrano una donna di nome Quartilia, sacerdotessa del dio della fecondità e della sessualità, che li accusa di aver violato i principi del suo dio e li obbliga a partecipare ad un orgia per rimediare al sacrilegio. In seguito partecipano ad una cena nella casa di un ricco liberto, Trimalchione, insieme ad Agamennone. Trimalchione viene descritto come colui che ostenta un lusso pacchiano da cui Encolpio è disgustato. Dopo la cena i tre litigano e Gitone lascia Encolpio per Ascilto. Così Encolpio incontra un vecchio letterato e avventuriero, Eumolpo, il quale ci offre una descrizione in versi della presa di Troia. Encolpio ed Eumolpo diventano compagni di viaggio e ritrovano Gitone, insieme al quale vivono rocambolesche avventure, complicate dalla gelosia di Encolpio che scopre in Eumolpo un altro rivale nell’amore per Gitone. Poi la vicenda si sposta a Crotone dove Eumolpo si finge un vecchio danaroso ed Encolpio e Gitone i suoi servi. Nell’ultima parte Encolpio diventa impotente per la collera del dio Priapo e cade vittima dell’ira di una ricca amante. Encolpio prova a recuperare la virilità anche con la magia ma non riesce. Alla fine nel testamento scrive che i suoi eredi potranno usufruirne solo se faranno a pezzi il suo corpo e li mangeranno in pubblico.
Le tragedie
Sono tutte basate sullo scatenarsi di passioni rovinose, che sono il motore delle disgrazie che affliggono i personaggi. Da un lato la ragione, arppresentata da personagi minori ed ignorati, dall’altro il furor, che ha una rilevanza ben superiore alle reali esigenze del genere tragico. Seneca enfatizza i tratti negativi per renderli moniti invalicabili, fortissimi esempi negativi. Indugia anche su elementi cruenti e patetici, come era uso in Grecia e come attestato nella letteratura latina con Lucano.
L’Apokolokyntosis
E’ una satira menippea (con mescolanza di versi e prosa) dove Seneca dà sfogo al suo odio per Claudio. L’interpretazione del titolo è discussa : "trasformazione in zucca", "deificazione di una zucca" o forse una struttura idiomatica tipo "infinocchiare". L’autore mostra una volta ancora la sua abilità nel giostrarsi tra diversi registri e livelli linguistici, sempre mantenendo una caustica ironia e una verve mordente.
LUCANO:
L’unica opera che ci è pervenuta di Lucano è il Bellun civile, rimasto incompiuto per la sua morte. Il progetto originario prevedeva 12 libri come l’Eneide, ma l’opera si interrompe al decimo. Dopo il proemio, l’autore scrive l’elogio a Nerone, delinea i ritratto di Cesare e Pompeo, narra gli eventi del Rubicone fino alla congiura contro Cesare, sedotto da Cleopatra, narra la battaglia di Farsalo, in Tessaglia, e la sconfitta di Pompeo, che secondo Lucano è il punto di partenza per l’eliminazione della libertà repubblicana e l’accentramento del potere nelle mani di un solo individuo. Nel poema Lucano delinea le cause della guerra distinguendole in: sovra storiche, contingenti, sociali e morali. All’interno della parte dedicata alle cause contingenti sono inseriti i ritratti paralleli e contrapposti dei due contendenti, Cesare e Pompeo. Pompeo , viene descritto come un anziano avido di fama e viene paragonato ad un a quercia destinata a cadere ai primi soffi del vento, simbolo di un eroe in declino. Cesare, invece, viene paragonato ad un fulmine per la sua incapacità di stare fermo e di essere un abile condottiero “energico e indomabile”, questa similitudine ha, però , una connotazione negativa poiché da l’immagine del terrore che suscita Cesare al suo arrivo.
De vita beata
Scritta nel periodo in cui il filosofo era a fianco di Nerone, l’opera è divisa in due parti : una teoretica, dove vengono espressi i dettami della dottrina stoica (vita secondo natura, ovvero secondo ragione), l’altra polemica, con riferimenti personali. Seneca contesta chi taccia i filosofi d’incoerenza perché non mettono in atto in prima persona i loro precetti morali : proporsi degli obbiettivi è già un merito, poi non è detto che il filosofo riesca a metterli in atto. "Che c’è di strano se [i filosofi] non arrivano in cima, avendo intrapreso una salita molto ripida?".
I trattati
L’impostazione formale è analoga a quella dei Dialoghi. I titoli sono : De clementia, De beneficiis, Naturales quaestiones.
De clementia
E’ un trattato di filosofia politica dove Seneca esalta la monarchia illuminata, palesando ancora una volta grande modernità di pensiero. Seneca elogia qui Nerone, che possiede la più grande virtù di un sovrano : la clemenza appunto, l’indulgenza cioè che adotta chi ha il potere nell’infliggere le pene.
Le Lettere a Lucilio
Sono l’ultima e più importante opera filosofica di Seneca. E’ una raccolta di 124 lettere, divise tra 20 libri, scritte tra il 62 e il 65 e intestate a Lucilio Iuniore. Sono una serie di riflessioni filosofico-morali. L’autore si presenta come un uomo che dopo aver sprecato gran parte della sua vita negli incarichi pubblici, può finalmente dedicarsi al perfezionamento morale. L’atteggiamento è quello di un maestro verso un suo giovane discepolo, ma tale orientamento può ritenersi genericamente rivolto ai posteri, non solo a Lucilio. Questo evidenzia come le Epistolae fossero state scritte già con l’intento di essere pubblicate (epistole letterarie, al contrario di quelle di Cicerone). E’ la prima volta nella letteratura romana che questo filone, tipico invece in quella greca (il modello principale è Epicuro, come viene dichiarato esplicitamente). Uno dei tratti caratteristici è il riferimento ad episodi personali dai quali la riflessione si allarga per divenire generale insegnamento morale. Il tono è quello del sermo, colloquiale, agile ma non volgare. Coerente con questa scelta stilistica è la mancanza di organicità nella trattazione, tanto nelle singole lettere quanto nella loro disposizione all’interno dell’opera. Tuttavia esiste un filo conduttore, rappresentato dai progressi morali di Lucilio, al quale Seneca si rivolge dapprima come ad un discepolo alle prime armi, ricorrendo sovente a massime brevi e concise. E’ un’esortazione alla filosofia morale (carattere parenetico). Poi, dopo l’epistola 30, Seneca nota compiaciuto i progressi dell’amico e passa a metodi d’insegnamento più impegnativi. I progressi sono intellettuali ma soprattutto morali, questi ultimi testimoniati dalla scelta dell’otium che Seneca caldeggia e alla quale Lucilio (che era procuratore in Sicilia) aderisce infine (come attestato nell’epistola 82). Questo dell’otium si rivela come uno dei temi conduttori dell’opera : Seneca reputa di aver fatto quella scelta troppo tardi, e che con troppo ritardo ha capito che la sapientia è la sola possibilità di raggiungere la virtù. Senza mai nominare Nerone, Seneca si mostra tuttavia leale al potere, attraverso la polemica con gli atteggiamenti di protesta. Preferisce all’adulazione dell’imperatore, la rievocazione di ricordi del padre (al quale era molto legato), dei suoi maestri, della sua amata moglie. Ma soprattutto è alla ricerca del vero bene, la virtù che si raggiunge abbandonando le frivolezze, e mostra di essere restio al contatto con la folla. Aderisce alla dottrina stoica, ma non esita a criticarne le cavillose sottigliezze dialettiche, cita Epicuro (per il quale Lucilio simpatizzava) dicendo che la verità è proprietà comune. E proprio ispirandosi agli epicurei, si prepara alla morte, che assieme al tempo è un altro importante tema dell’opera, dicendo che liberarsi della paura di essa è compito di ogni filosofo : chi ha realizzato l’autarkeia (autosufficienza) non ha nulla da temere né da rimpiangere. E’ importante come si vive, non quanto. Per questo, in alcuni casi è lecito o doveroso decidere di morire.
I Dialogi
Sono una raccolta di opere filosofiche, in tutto dieci distribuite in dodici libri (il De ira è in tre). Non sono dialoghi come quelli platonici, con un’ambientazione storica, anche se fittizia, ma l’autore parla in prima persona rivolgendosi al dedicatario dell’opera. Si incanalano quindi nel filone diatribico della filosofia cinico-stoica, anche per l’impostazione dicorsiva e per la frequente presenza di domande e risposte di un interlocutore fittizio (portavoce delle opinioni comuni spesso).
Consolatio ad Marciam
E’ l’opera più antica. Seneca vuole consolare Marcia, alla quale è morto un figlio. L’opera s’inserisce nella tradizione (tipica nella letteratura greca e attestata in quella latina nella Consolatio di Cicerone) della "consolazione filosofica". Si vuole dimostrare che la morte non è un male, perché è o la fine di tutto o il passaggio ad una vita migliore. Il carattere è retorico e lo stile molto sostenuto, e Seneca mostra la sua perfetta capacità di rielaborare il luogo comune oltre alla padronanza dei mezzi espressivi.
Consolatio ad Polybium
Si rivolge ad un potente liberto di Claudio, per la morte di un fratello. Essendo una consolatio mortis, l’argomentazione è simile a quella utilizzata nell’altra opera citata. La differenza è che qui Seneca aveva il preciso scopo di lodare l’imperatore Claudio, parlando al suo liberto, sperando in una grazia dall’esilio. L’elemento encomiastico è preponderante, tanto che secondo alcuni, l’attribuzione dell’opera non è certa. In realtà questa è la semplice prova che Seneca aveva "subito una sconfitta morale" (Traina).
SENECA
Si tratta di una figura di spicco della letteratura romana essendo, assieme a Cicerone, l’unico esponente della prosa filosofica romana. E’ poi l’unico poeta tragico del quale siano stati conservati tesi in modo non frammentario. Le sue tragedie ebbero grande diffusione già dal Medioevo. Nato da una ricca famiglia provinciale di ramo equestre, dopo aver vissuto i primi anni della sua vita nella natale Cordoba, si trasferì a Roma dove studiò con Papirio Fabiano, Attalo (stoico) e Sozione (neopitagorico). Imparò dai suoi precettori costumi sobri ed austeri, che ben si conciliavano con la sua tendenza alla vita contemplativa. Per non dare un dispiacere al padre, dovette però seguire il cursus honorum e ricoprì la carica di questore, carica che, unitamente alle sue grandi qualità oratorio, lo fece entrare alla corte dell’imperatore. Ebbe però sempre rapporti difficili, dapprima con Caligola (che non lo fece uccidere solo grazie all’intervento di una donna), poi con Claudio, che accusatolo di adulterio, lo esiliò in Corsica nel 41 d.C. L’esilio durò otto anni, quando venne richiamato a Roma con l’incarico di precettore del giovane Nerone. Nel 54, Claudio morì, Nerone, neppure diciottenne, fu incoronato imperatore, e di fatto fu Seneca a reggere l’impero. Nel 59 Nerone fece uccidere la madre, ma Seneca restò al suo fianco finché nel 62 la sua posizione era troppo indebolita dalle brame dell’imperatore e il filosofo chiese di potersi ritirare. Seguirono tre anni (fino alla morte) di intenso studio e produzione letteraria. La sua morte avvenne su ordine di Nerone che lo accusò di essere implicato nella congiura dei Pisoni, ed egli la affrontò con coraggio e serenità, ispirandosi ai grandi filosofi del passato.
Caratteristica della favola è la “morale” che qui, come nella maggior parte dei casi, segue l’esempio (l’apologo), spiegandone il significato allegorico o simbolico. La visione e l’interpretazione della vita che emergono dalle favole corrispondono al punto di vista degli umili, dei poveri, degli esclusi da potere. Non troviamo mai nelle favole un atteggiamento propriamente satirico, ossia aspro e pungente. La morale che si ricava dal complesso della favola è piuttosto amara e pessimistica, ma anche rassegnata, basata sulla constatazione che la legge del più forte domina sovrana nel mondo. Il povero e il debole, se vogliono sopravvivere evitando guai peggiori, devono saper stare al loro posto, accettando le regole del gioco e cercando nella prudenza e nell’astuzia i mezzi per difendersi dall’ingiustizia e dalla prepotenza.
Fedro si propone come scopo, dichiarandolo nel prologo, di divertire, ma al tempo stesso di monēre, cioè ammonire, consigliare, proponendosi in questo modo di realizzare quella mescolanza di diletto e utilità che Orazio indicava come obiettivo di ogni poeta. Questo duplice intento, di “correggere gli errori degli uomini” e di “dar piacere all’orecchio”, viene ribadito anche ne prologo del II libro, nel quale ribadisce la sua dipendenza da Esopo, ma precisa di voler aggiungere qualcosa di suo, oltre a ciò che trova nel modello, “in modo che la varietà degli argomenti rechi diletto a chi legge”. La varietas e la brevitas risultano in effetti i capisaldi della poetica fedriana. La varietas è data dall’intento di superare gli schemi ripetitivi della favola animalesca, e si manifesta chiaramente nel passaggio dal I libro, quasi interamente dominato dagli animali parlanti, ai successivi, in cui compaiono spesso altri personaggi. Protagonisti di numerosi aneddoti sono Esopo, Socrate, divinità dell’Olimpo, personaggi mitologici; troviamo inoltre alcune storielle e raccontini non fantastici ma realistici. Poco numerosi ma molto interessanti sono gli aneddoti storici di ambientazione romana, che hanno per protagonisti Pompeo Magno e due imperatori contemporanei di Fedro: Augusto e Tiberio. La varietas è dunque il criterio a cui Fedro si appella per rinnovare, almeno in parte, il genere tradizionale attuando per questa via l’aemulatio del modello. L’emulazione non si esercita però soltanto con l’ampliamento dei contenuti, ma anche nel campo delle scelte formali. Fedro, infatti, pur adottano uno stile semplice, adeguato agli argomenti non elevati, non rinuncia alla cura e all’elaborazione stilistica, ma si attiene al criterio della brevitas, ossia alla capacità di condensare in breve i contenuti narrativi e gli insegnamenti morali, così da ottenere l’attenzione e il consenso dei lettori grazie alla stringatezza e alla tensione stilistica. La brevitas si manifesta specialmente nei dialoghi scritti in un linguaggio colloquiale che talvolta assume movenze efficacemente realistiche.
Fedro:
Scrisse sotto gli imperatori giulio-claudi. Fedro è il principale rappresentante di un genere minore, la favola, che introduce per primo nella letteratura latina. Nato in Macedonia, arrivò a Roma da bambino molto probabilmente come schiavo. E’ probabile che sia stato un liberto di Augusto e che, come molti liberti di madrelingua greca, si sia dedicato all’insegnamento. Da ciò si suppone che la sua produzione sia iniziata proprio dall’esercizio della professione, in quanto le favole, sia in Grecia che a Roma, venivano usate come libri di testo nelle scuole. Fedro non ottenne né fama né ricompense per la sua produzione, ma per contro venne perseguitato da Seiano, ministro di Tiberio, che urtato da alcuni componimenti satirici, lo fece processare e condannare con un’accusa pretestuosa. Ci sono pervenuti cinque libri d favole scritte in versi per un totale di un centinaio di componimenti.
La favola: caratteristiche dell’opera
Il modella a cui Fedro si ispira è Esopo, uno scrittore greco che gli antichi consideravano l’iniziatore della favola letteraria e grazie al quale la favola divenne un vero e proprio genere letterario a sé stante, costituto da brevi racconti di fantasia, dotati di un significato pedagogico e morale. Essi proponevano infatti modelli di comportamento positivi o negativi, esemplificavano massime e proverbi, esprimevano una visione della vita ispirata ad una saggezza tipicamente popolare, non senza spunti di critica sociale e di protesta degli umili e dei deboli contro i prepotenti e i potenti. La forma più caratteristica della favola esopica è quella dell’apologo animalesco, che ha per protagonisti gli animali parlanti, raffigurati secondo una tipologia convenzionale che li rende simboli trasparenti di caratteri e di atteggiamenti umani. La tradizione esopica comprendeva però anche storielle di altro tipo, tra cui una serie di aneddoti relativi all’autore stesso. L’opera di Esopo era in prosa.